Dicono di noi

Recensione di Bianche Casacche

Una storia di calcio. Come si scrive un libro su una società di calcio senza cedere alla semplice compilazione fotografica? La storia del Calcio Locarno in un recente volume

di Stefano Vassere

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È proprio vero che «il calcio è un gioco di periferie, che si impara sui terreni storti delle ultime case, tra i calcinacci dei palazzi in costruzione»? E poi: come mai «il calcio, si sa, piace spesso anche ai letterati»? E, insomma, si può scrivere un libro su una società di calcio che abbia la dignità di un’operazione culturale? Allora, nell’ordine: l’esergo di questo nuovissimo Bianche casacche di Claudio Suter ed Ezio Guidi, che è tratto da un articolo sulla «Gazzetta dello Sport» dello scrittore napoletano Erri De Luca, dice solo parzialmente il vero: quello è solo un tipo di calcio, infantile e tutt’al più adolescenziale, nella maggior parte dei casi è destinato a rimanere un episodio; è forse bello rievocare immagini e profumi, ma il football , oggi, risponde a ben altre ribalte, indossa scarpette colorate e frequenta prati comodi e profumati, si vede più che altro in tv.

Poi: il calcio piace anche agli scrittori (Saba, Sereni, Bonalumi, Casè, ma anche Borges, Pasolini, Osvaldo Soriano), a patto che la prospettiva sia una prospettiva storica. Il testo di Renato Martinoni a pagina 186 ricorda che Giovanni Bonalumi, davanti a un «barboso» Locarno-Bellinzona dei primi anni Ottanta, non poté fare altro che «andare con il ricordo verso tempi più illustri: quelli di grandi e indimenticati giocatori d’antan»; sul valore estetico e non barboso di quegli antichi eroi nulla sappiamo. Chi segua il calcio, seppur distrattamente, da qualche decennio, difficilmente supporterà la dolcezza del ricordo con l’eccezionalità del gesto tecnico: se si esclude qualche mirabolante impresa più che altro individuale (vedi Maradona, goal del due a zero all’Inghilterra nei mondiali messicani del 1986), il resto è spesso portato culturale posteriore, mitizzazione (vedi l’azione da oratorio Bergomi-Scirea che precedette lo stravisto goal di Tardelli, due a zero nella finale mondiale spagnola contro la Germania, 1982).

Quindi, terzo quesito, sì, si può scrivere un libro di qualità su una società di calcio, se gran parte di esso è storia, ricordo, fotografie d’epoca, testimonianze dirette. E questo Bianche casacche è appunto tutto questo. Una prima parte di Claudio Suter è dedicata alla storia del club, poi viene una seconda sezione di incontri con i protagonisti curata da Ezio Guidi, una terza di approfondimenti di personalità e intellettuali (Pierre Casè, Rodolfo Huber, Renata Broggini, Bixio Candolfi, Renato Martinoni, Giovanni Bonalumi e altri); una quarta è una rassegna stampa con testi di giornalisti sportivi.

La lettura è molto piacevole, e accompagnata tra l’altro da un apparato fotografico scelto. Per quest’ultimo basterà l’accoppiata di immagini alle pagine 20 e 21: sulla destra la fotografia dei sei soci fondatori, nel 1906, con tenuta a righe e cappellini, «appoggiati» a una pietra su un fondale indistinto. Uno di loro è Ulisse Lesnini, che vediamo a sinistra in un’immagine recente, a colori. Ma bella è per esempio anche l’indicazione del nome della società «F.C. Locarno» al centro della traversa di una porta in un’immagine degli anni Venti. E delle foto più vecchie si conferma una strana tendenza universale delle immagini di calcio antiche: la testa fasciata di uno o più giocatori nei ritratti delle formazioni. Ma poi anche, spesso, l’occhio cade su edifici e paesaggi che si intravvedono là in fondo, dietro azioni e spalti: «che cos’era quel palazzone?», «ma guarda che poche case su quella collina», «che curioso abbigliamento, gli spettatori».

Gli spunti e le storie vanno poi secondo i gusti. Tra l’altro: che la prima partita in assoluto vide il Locarno inaugurare quel campaccio ai Saleggi contro il Milan («posti in piedi, costo del biglietto 10-20 centesimi»); che l’amichevole con l’Inter del 6 aprile 1949 ebbe l’annuncio dell’altoparlante al giocatore Amedeo Amadei della nascita del primogenito; poi, che nei primi quindici anni di attività, la squadra cambiò cinque volte il terreno di gioco; e ancora che le cronache di giornalisti internazionali negli anni Trenta insistevano molto volentieri sulla bellezza del paesaggio e sul clima locarnese. E ragionamento a parte meriterebbe la lingua e lo stile del giornalismo sportivo, a partire da quel primo articolo sul «Dovere del 16 febbraio 1907: «si è costituita fra i nostri giovani tedeschi e soci ginnasti una società per giocare al Football. Le gare inizieranno ai Saleggi, appena la signora neve si deciderà di cedere il campo».

Bibliografia Claudio Suter – Ezio Guidi, Bianche casacche , Locarno, Armando Dadò editore, 2012.